"In questi ultimi giorni il governo Renzi sta cercando di realizzare quello che neppure a Berlusconi era riuscito fare, abrogare l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Un ostacolo giuridico e costituzionale ai licenziamenti di massa che l'attuale crisi imporrebbe ad un capitalismo selvaggio e di rapina, che vede nelle garanzie e nei diritti dei lavoratori un forte ostacolo al proprio predominio totale, politico, economico e sociale. Con questo programma politico il governo Renzi, più dello stesso fascista Berlusconi, rappresenta il capitalismo, i poteri forti, i monopoli che vogliono spazzare via ogni parvenza di democrazia e legalità, che lega le mani ai padroni, per imporre un regime sempre più duro che ha nello sfruttamento selvaggio dei lavoratori e nella loro precarietà lavorativa e di vita, il principale mezzo di dominio della società. Il Pd di Renzi getta la maschera e si rivela per quello che è: una struttura politica di potere, rappresentante il grande capitale, nemico dei lavoratori e delle garanzie democratiche, mostrando il volto eversivo della borghesia italiana, legata mani e piedi all'imperialismo Nato e Usa. Non a caso il Pd, come si può sapere leggendo uno degli articoli che seguono, licenzia come un padrone qualsiasi un proprio dipendente. Quale politica in difesa dei lavoratori ci si può aspettare da un partito che tratta i propri lavoratori come il peggiore dei datori di lavoro ? Crediamo che non ci sia altro da aggiungere. Compito nostro è quello di difendere, in qualità di lavoratori, l'articolo 18 e di lottare per migliorare la vita di chi vive del proprio lavoro, consapevoli che il Pd sta esattamente dall'altra parte della barricata.
Circolo Culturale Proletario di Genova"
"A proposito di articolo 18. Lettera aperta a Renzi"
«Caro Renzi, così tuteli gli abusi»
— Alberto Piccinini*, 1.10.2014”Il Manifesto”
La lettera . Articolo 18. E dintorni
Matteo Renzi
© Reuters
Caro
giovane Renzi,
Mi permetto di darti del tu non certo in nome di un’antica consuetudine un
tempo in voga in certi ambienti, ma perché, generazionalmente, potrei
essere tuo padre, e quindi ti parlo come parlerei ad uno dei
miei figli.
Mi aveva stupito verificare che tu, dopo aver per mesi sostenuto che l’articolo 18 (già sufficientemente manomesso meno di due anni fa), non era un problema, hai improvvisamente esplicitato con grande franchezza che cosa intendessi dire: che non è un problema… eliminarlo. Nell’ultima riunione di direzione del tuo partito hai poi generosamente «aperto» ai licenziamenti disciplinari, per quei casi – secondo il nuovo testo dell’art. 18 – in cui una persona venga accusata di un fatto poi risultato «insussistente». Molte grazie. Ma non vorresti estendere la reintegra ai licenziamenti economici: ciò significa che i datori di lavoro che vorranno liberarsi di un dipendente che «alza la testa» non dovranno fare altro che inventarsi un giustificato motivo oggettivo: non ci sarà reintegra neppure se risulterà «manifestamente insussistente»!
Vedi, caro Renzi, il diritto del lavoro è una branca del diritto civile, e deve quindi stabilire le regole destinate a disciplinare un contratto tra due persone. Con la differenza che nel rapporto contrattuale che vede lo scambio tra lavoro e salario, ad una delle due parti viene attributo un potere che l’altro non ha: tale potere, che è quello di organizzare l’impresa, comprende anche quello disciplinare e quello di interrompere il rapporto. Non ci vuole molto per comprendere come, in questo modo, si metta la vita di una persona nelle mani di un’altra. Tu mi dirai che questo avviene in altri contesti, come ad esempio in un esercito. Ed io ti rispondo che quel tanto vecchio e superato Statuto che vorresti rimodernare è sorto proprio perché nel 1970, a distanza di oltre trent’anni da una Costituzione che aveva stabilito che l’impresa privata avrebbe dovuto esercitarsi senza recare danni alla dignità umana, la vita nei luoghi di lavoro era proprio come dentro le caserme.
Io faccio, di mestiere, l’avvocato del lavoro e tutti i giorni, da quasi quarant’anni, siedono di fronte a me persone che pensano di subire o di aver subito dei soprusi nei luoghi di lavoro. Per poter sapere se questo è vero o no l’unica strada che hanno è di mettere la decisione delle mani di un giudice, terzo ed imparziale. Proprio quello che tu dichiari di voler evitare: sogni un meccanismo automatico di risarcimento economico (le tanto sbandierate «tutele progressive» probabilmente significano, solo, che i soldi aumentano a seconda dell’anzianità di servizio).
Ma il principale scopo dell’ordinamento giuridico è quello di ripristinare la situazione di legalità: credo che, se qualcuno occupasse abusivamente la casa dove abiti, anche tu preferiresti tornarne in possesso, piuttosto che essere risarcito economicamente.
Mi dici poi che la reintegrazione è un falso problema perché sarebbero pochi i lavoratori che negli anni recenti ne hanno usufruito: pensi che se si appurasse che il numero delle rapine a mano armata fosse clamorosamente diminuito, sarebbe motivo sufficiente per eliminare quel reato? Non ti viene il sospetto che la forza di una norma consiste soprattutto nel prevenire la violazione di una legge, piuttosto che nel reprimerla?
La verità è che nel momento in cui dichiari di voler favorire l’ingresso dei precari nel mondo del lavoro subordinato vuoi rendere quel mondo, ancora di più, precario al suo interno, perché non tutelato dall’abuso.
Quando avrai portato a termine il tuo progetto di «uguaglianza» tra lavoratori di serie A e quelli di serie B (collocandoli tutti in B), a quelli che ogni giorno mi chiederanno se e come difendere i loro diritti nel luogo di lavoro, dovrò dare una risposta univoca: «Non puoi fare niente, se non vuoi correre il rischio di essere licenziato. Il tuo datore di lavoro può metterti in mezzo a una strada, anche per motivi futili e ingiusti, cavandosela con una manciata di euro. Quindi magari dedicati al golf, così potrai allenarti a tirare dritto, ma sempre con la testa china».<QA0>
* Alberto Piccinini, avvocato del lavoro
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La storia. Cosa significa lavorare per il partito democratico oggi? Quando un partito politico, i cui dirigenti hanno modellato la precarietà in italia nel 1997 con il pacchetto Treu, gestisce i suoi lavoratori con le norme che si usano nell'edilizia. La storia. di A.C. che ha lavorato per 10 anni al Nazareno in subappalto.Ed è stata licenziata. «Ora rivoglio la mia dignità»
A.C. è una ragazza di 33 anni. Per dieci ha lavorato alla Margherita, poi al Partito Democratico come centralinista, addetta alla corrispondenza. Negli ultimi tempi ha ricevuto le chiavi della sede nazionale del partito guidato da Matteo Renzi in via S.Andrea delle Fratte a Roma, il Nazareno. Ogni giorno ha aperto e chiuso le sue porte. E ha preparato le sale per le riunioni. Forse anche quella dove Renzi ha siglato il controverso patto sulle riforme con Berlusconi. Dopo anni di prestazioni occasionali, di contratti a progetto, poi a tempo determinato, nel novembre 2007 è stata finalmente assunta a tempo indeterminato. Non dal Pd, appena fondato da Veltroni, ma dalla società per cui ha lavorato per dieci anni: la S&Pa Service, due anni fa ribattezzata «Gruppo spa».
A. C. ha lavorato fianco a fianco con i dipendenti e i funzionari del partito. Dall’ottobre 2013 ha osservato un orario full time di 40 ore a settimana, dal lunedì al venerdì, dalle 6 del mattino alle 13, oppure dalle 10 alle 17 e ancora dalle 13 alle 21, con uno stipendio da 1500 euro. Ore passate davanti al suo Pc, dietro la scrivania dove ha risposto sempre allo stesso telefono. Tutto di proprietà del Pd. A.C. ha eseguito le mansioni impartite dai suoi dirigenti e talvolta è stata ripresa verbalmente in casi di errori o malintesi. Nulla di grave. È quello che accade ogni giorno tra colleghi, in tutti gli uffici quando il rapporto è stabile e quotidiano. Il problema è che A.C., ufficialmente, non ha mai lavorato per il Pd.
Il
primo maggio 2014, giorno della festa del lavoro, questa ragazza trentatreenne
è stata licenziata insieme ad altre due persone. Non dal partito di
Renzi, ma dalla ditta subappaltatrice. Dopo dieci anni di lavoro continuativo,
il Pd se ne è liberato senza però averla licenziata. «Io ho sempre lavorato
e basta, a stretto contatto con i dipendenti – racconta A. C.
— Non ho mai rotto le scatole a nessuno. Mi sono trovata bene.
Nell’ultimo periodo sapevamo che c’era nell’aria qualcosa di brutto. Per
i dipendenti si parlava di cassa integrazione. Erano voci, perché poi
hanno confermato tutti. Tranne noi tre».
La notizia ha sconvolto una vita consolidata. Dieci anni di lavoro sono
difficili da dimenticare anche se oggi sembrano scomparsi nel nulla.
I giorni all’improvviso cambiano di segno. Ci si sente traditi
e nascono tante paure. Si viene schiacciati dalla solitudine.
E non si crede più alle promesse che in tanti si sentono di fare. «Mi
hanno tolto il lavoro e quello che più mi apparteneva: la dignità – aggiunge
A.C. — I primi mesi, in estate, sono stati durissimi. Ero arrabbiata.
Ora sto meglio. Ma voglio la mia dignità e i miei diritti».
A.C. ha scelto di portare in tribunale il Pd di Renzi impegnato ad estendere le tutele per i precari degli altri, ma non per i propri. Come avvocato ha scelto Pierluigi Panici, uno dei legali della Fiom contro la Fiat di Marchionne nel caso dei licenziamenti di Barozzino, Lamorte e Pignatelli a Melfi e in quello dell’esclusione del sindacato di Landini dalle aziende del gruppo in Italia.
Il ricorso è stato depositato alla sezione lavoro del tribunale civile di Roma lunedì 29 settembre, all’indomani di un nuovo attacco di Renzi alla Cgil durante la trasmissione «Che tempo che fa». Ignaro del fatto che l’articolo 18 non riguarda partiti (come il suo) e sindacati, il presidente del Consiglio ha sostenuto che la Cgil non ha mai applicato questa norma ai suoi dipendenti. In compenso si scopre che il Pd ha ereditato dalla Margherita e ha continuato ad usare per sette anni uno degli strumenti più diffusi nei settori dei servizi o dell’edilizia: l’interposizione parassitaria di manodopera, un vecchio retaggio del caporalato adottato in molte realtà del terziario avanzato.
In questa brutta storia il partito di Renzi ha dimostrato di essersi adeguato al supermarket italiano della precarietà. «Come tutti i datori di lavoro – sostiene Panici — il Pd ha sfruttato la manodopera a suo piacimento, licenziandola quando lo ha ritenuto più opportuno. Il lavoro sporco lo fa il subappaltatore». In questi casi l’azienda appaltatrice si appropria del frutto del lavoro, tratta il lavoratore come tutti gli altri dipendenti, ma non si fa carico dei suoi crediti o degli oneri previdenziali. Così evita di prendersi responsabilità ma continua a usare intermediari che non hanno «piena autonomia gestionale» né corrono «rischi d’impresa». Il «lavoratore viene trattato come una merce», si legge nel ricorso. «A.C. non conosce nemmeno le società intermediarie per cui lavorava ufficialmente – sostiene Panici — sono soggetti che davano solo la busta paga».
Il ricorso chiede il reintegro di A.C. e il pagamento delle retribuzioni dal 1 maggio 2014. E intende dimostrare che il Pd non ha rispettato il divieto di intermediazione di manodopera stabilito da ultima dalla Cassazione e che non è stato intaccato nemmeno dalla legge Biagi. A.C. sarebbe nei fatti, e in diritto, dipendente del Pd e il suo licenziamento effettuato dalla società intermediaria sarebbe «giuridicamente inesistente».
Al di là delle norme, e della politica, resta il coraggio di una ragazza che ha voluto sconfiggere la paura. «Spero di tornare a lavorare e fare quello che facevo prima — afferma A.C. — È giusto così. Dieci anni non sono pochi in una vita».